Lavoro da casa, parla l’esperto: «Shock culturale che ha confuso gli impiegati»


CATANIA – Smart working? Uno shock culturale che produrrà i suoi effetti. Ne è convinto Davide Arcidiacono (nella foto in alto a destra), ricercatore di Sociologia dei processi economici e del lavoro del Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Ateneo catanese.

Nel momento in cui tanti lavoratori, nelle more della fine ufficiale della pandemia ai sensi del Dpcm, prevista per il 31 luglio stanno rientrando al lavoro, è tempo di fare il punto su questa nuova modalità di lavoro utilizzata in molte realtà aziendali pubbliche e private per molto tempo.

«Intendiamoci – premette il sociologo catanese – il termine smart working è stato abusato e violentato dalle cronache della pandemia. Si tratta più di un lavoro da remoto che di un lavoro intelligente, visto che non sono stati riprogrammati esigenze, tempi e strumenti del nuovo lavoro come lo smart working richiederebbe. Diciamo che è stata una violenta e traumatica condizione causata dal lockdown nella quale ci siamo improvvisamente trovati a dovere lavorare da casa. Creando peraltro tutta una serie di diseguaglianze fra chi se lo poteva permettere perché era dotato di strumentazioni informatiche e chi magari condivideva l’unico computer di casa con i figli impegnati con la didattica a distanza. Non solo – aggiunge – in qualche caso questa situazione ha favorito il burn out e aumentato le diseguaglianze, anche sociali».

Senza dimenticare le conseguenze a cascata: «Avere fatto tutto in emergenza – sottolinea lo studioso – ha messo a rischio la privacy dei dipendenti ma anche di utenti e clienti: basti pensare alle ricette elettroniche di molti medici in circolazione con i relativi dati sensibili. Insomma, quel tipo di finto smart working è stata una strategia più reattiva che proattiva. E, a livello personale ha confuso i lavoratori incapaci di distinguere fra spazio pubblico e privato. Con una confusione che incide anche sull’organizzazione mentale in base alla propria capacità auto organizzativa. Di contro, è bene dirlo, molti uomini, soprattutto, hanno riscoperto la dimensione di cura dei figli bambini e delle esigenze di gestione dell’intero nucleo familiare».E ora, che si torna in ufficio, in fabbrica, a scuola, che cosa accadrà? «Una premessa: il nostro Paese aveva un grado di alfabetizzazione informatica fra i più bassi al mondo. Con la pandemia, volenti o nolenti, abbiamo dovuto tutti imparare a gestire, chi più chi meno, questi strumenti, apprendendo, come si dice, on the job».

Una sorta di «shock culturale» che avrà comunque le sue conseguenze. «Molte organizzazioni – conferma lo studioso – stanno valutando la possibilità di andare incontro a questo fenomeno riprogrammando l’utilizzo dello smart working. Passati i tempi in cui l’occhio del padrone, come si usava dire, ingrassava il cavallo, i datori di lavoro si sono accorti che, al di là del cosiddetto tempo di facciata, tematizzare lo smart working può essere occasione di risparmio sui costi generali degli affitti e delle forniture, creando una sorta di efficienza programmata».

Intanto, a livello personale si fanno i conti con un rientro vagheggiato nei giorni peggiori della pandemia e temuto alla sua vigilia. È vero – sottolinea il ricercatore Arcidiacono – il rientro comporta una serie di disagi per il lavoratore. Primo fra tutti quello relativo alla sicurezza del posto di lavoro: avranno sanificato i locali? Basteranno gli scanner? E l’aria condizionata che cosa trasporterà? E poi risocializzarsi all’esterno da un giorno all’altro può creare problemi. Certo, ci si rivede con i colleghi e si va insieme in mensa e questo è importante, ma il tutto con una percezione di rischio sicuramente diversa da quella che vivevamo nella stagione pre-Covid19».

E se queste sono le percezioni comuni a tutti, per i manager e le figure apicali i guai, sottolinea il sociologo sono di gran lunga maggiori. «Per i manager c’è anche l’assunzione di responsabilità non solo per se stessi, ma anche per i lavoratori amministrati. E questo può diventare davvero un pensiero molesto. Ecco perché alcune realtà aziendali, fra le medie e le grandi, incentivano in qualche modo il rientro in sede del lavoratore con polizze assicurative ad hoc o con una tantum in denaro». Si fa presto a dire fine dello smart working…