Export, mina Brexit sui prezzi alimentari



Made in Italy

Rincari per la pasta del 6%, più oneri di 20 euro ogni 100 chili, per i sughi +14% . Lamberti (La Doria): «La Brexit penalizzerà il consumatore inglese»

di Simone Filippetti

(Afp)

Rincari per la pasta del 6%, più oneri di 20 euro ogni 100 chili, per i sughi +14% . Lamberti (La Doria): «La Brexit penalizzerà il consumatore inglese»

3′ di lettura

Al supermercato Tesco di Earl’s Court, uno dei più grandi di Londra, nella sezione World Foods, svettano pacchi di pasta. Al modico prezzo di 53 pence, si compra un pacco di spaghetti da mezzo chilo a marchio Tesco. Aggiungendo altri 0,64 pence, per un totale di 1,17 sterline, il pranzo è fatto: sugo pronto di pomodoro e basilico. Accanto al vasetto in vetro a marchio Tesco, ci sono i barattoli di passata “Napolina”, con la bandiera italiana. Ma niente inganna più delle apparenze: Napolina non ha niente di napoletano o di italiano. La società ha sede a Manchester, e il proprietario è addirittura giapponese: Mitsubishi Corporation. Dietro il pacco di spaghetti e sugo al basilico Tesco, invece, ci sono gli italiani di La Doria: sono prodotti fatti in Italia per conto della catena inglese. In gergo si chiamano Private Label. Spaghetti e sugo Tesco arrivano a Londra e negli altri negozi in tutta l’Inghilterra dal mega deposito di Ipswich, cittadina dell’East Anglia, dove decine di ex hangar aerei della Seconda Guerra Mondiale sono stati riconvertiti a magazzini. Ogni anno La Doria fa arrivare 25mila container dall’Italia e a tutto il mondo al mega scalo portuale di Felixstowe. Immigrazione, aumento del tenore di vita, globalizzazione dei consumi hanno cambiato le abitudini degli inglesi: ogni anno, secondo i dati dell’ufficio Ice di Londra, si consumano 2,5 chili di pasta pro-capite. Il Regno Unito è il sesto acquirente al mondo di generi alimentari italiani. Lo è diventato negli ultimi anni, grazie alla “Pummarola”. La cucina etnica ha fatto impennare il consumo di pomodoro e quello italiano è il migliore al mondo. La Doria, colosso alimentare di Angri, nella piana dove nasce anche la pasta di Gragnano, e quotata in Borsa, ha cavalcato l’onda: l’anno scorso l’azienda in Uk ha fatturato 320 milioni. La sola Gran Bretagna, dunque, per il gruppo salernitano vale quasi la metà del fatturato (nel 2019 ha toccato i 720 milioni). La quasi totalità di questo giro d’affari, pari al 95%, è fatto per il private label, attività principale di tutto il gruppo. Ma la Brexit rischia di far inceppare la “gioiosa macchina da guerra” alimentare italiana: dal 1 gennaio un piatto di pasta con gli spaghetti al pomodoro costerà fino al 20% in più.

Lo spettro di una Brexit alla cieca incombe sempre di più: un’uscita dalla Ue senza accordo significherebbe che tra Italia e UK non ci sarebbe più un’area di libero scambio ma entrerebbero in vigore le regole del WTO: dazi e dogana per le merci. Già dallo scorso giugno, il Governo ha pubblicato la Uk Global Tariff, la lista di dazi che entreranno in vigore in caso di non accordo. E per l’Italia sarà una mazzata: per la pasta un +6% più un costo di 20 euro ogni 100 chili; un aumento del 14% per passate e sughi pronti. «La Brexit penalizzerà il consumatore inglese» sintetizza Enzo Lamberti, direttore finanziaria di LDH, ossia il proconsole de La Doria nel Regno Unito. E cosi il prezzo del piatto più semplice ma anche gustoso, salutare ed economico della cucina mediterranea, il simbolo dell’Italia gastronomica nel mondo, subirà un’impennata. La qualità media della pasta venduta in Uk è molto alta.

Non sarebbe nemmeno ipotizzabile un modello alimentare sovranista con aziende UK o italiane che producono in loco la pasta senza doverla importare: bisognerebbe comunque importare la semolina da grano duro, perché il grano duro non cresce nel paese, e pure su quella si applicherebbero i dazi. Gli spaghetti al pomodoro passeranno da 1,17 a circa 1,3 sterline: un rincaro quasi impercettibile nell’immediato, ma il problema è sul lungo periodo. «Un aumento di 10-15 pence a prima vista non impatta, ma va moltiplicato per tutte le settimane e per tutti gli anni: l’effetto cumulato rischia di essere quello di un calo dei consumi». Ogni settimana in media la tipica massaia inglese spende 100 sterline al supermercato: il carrello della spesa potrebbe salire a 110 o addirittura 120 sterline. Non c’è solo il rincaro dovuto al dazio, ma anche l’effetto domino della dogana: per importare prodotti in UK, aumenteranno anche i costi amministrativi.

L’esito di una Brexit al buio sui generi alimentari italiani è una fiammata dei prezzi che andrà a cadere su famiglie già alle prese con la crisi del Covid. «La Brexit per il Made in Italy sarà penalizzante, ma noi rimarremo sul mercato» conclude Lamberti.